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Cefalù - Italia

Cefalù è un comune di 13.774 abitanti in provincia di Palermo; è situato sulla costa siciliana settentrionale ed è situato a circa 70 km. da Palermo. Fa parte del Parco Regionale Naturale delle Madonie.

Storia

Kefaloidion (nome dato al paese dagli antichi greci intorno al IV secolo AC dal greco Kefa - capo; riferito probabilmente alla forma del promontorio roccioso che la sovrasta) nasce in epoca pre-ellenica. Di questa Cefalù si hanno poche notizie. Dovette nascere come avamposto fortificato verso la fine del V secolo AC con le dimensioni dell'attuale centro storico delimitato da una cortina di mura megalitiche che, in buona parte in forma originale, esiste ancora oggi.

A questa Cefalù ellenico-romana risalgono non solo le mura, ma anche la struttura urbanistica regolare, formata da strade secondarie confluenti sul Corso principale, chiusa ad anello da una strada che seguendo il perimetro della cortina megalitica delimita il centro storico.

Al V secolo va datato anche il "Tempio di Diana" sito sulla Rocca.

È un edificio megalitico con copertura di tipo dolmenico eretto attorno ad una cisterna protostorica. Nato come sede del culto delle acque testimonia la presenza umana sul promontorio in epoche precedenti alla nascita del centro urbano.

Nel periodo Bizantino la città costiera viene trasferita sulla Rocca. Prove evidenti di questo passaggio sono diverse strutture medievali (mura merlate, chiese, caserme, cisterne per l'acqua e forni). La vecchia città andò progressivamente perduta, anche se non fu del tutto abbandonata; ne è prova il rinvenimento in tempi recenti di un edificio di culto cristiano con pavimento in mosaico policromo risalente al VI sec.

Nell'857, dopo una lunga guerra di assedio, Cefalù fu conquistata dagli Arabi. Di questo periodo si hanno notizie scarse e frammentarie e mancano anche testimonianze monumentali. Di sicuro fu annessa all'emirato di Palermo. Nel 1063 fu liberata dai Normanni di Ruggero II e, nel 1131, fu riedificata sulla costa secondo la struttura urbana preesistente.

A questo periodo dorato risalgono tutti i benefici di cui godette nei secoli la città nonché parecchi monumenti quali:

La chiesa di San Giorgio e il lavatoio di Via Vittorio Emanuele (anche se si suole datare il Lavatoio in epoca medievale)
Il Chiostro del Duomo e Palazzo Maria (forse la Domus Regia di Ruggero II) in Piazza del Duomo
L'Osterio Magno sul Corso Ruggiero.
Ma al 1131 è datato soprattutto il gioiello della città: la splendida e imponente Basilica Cattedrale.

La storia successiva di Cefalù si può assimilare a quella della Sicilia e del resto dell'Italia. Finiti i Tempi d'Oro di re Ruggero, nei quali stava per diventare il centro della vita normanna in Sicilia, non ha vissuto vicende particolari se si eccettua il grande dono fatto dal martire per la Patria Salvatore Spinuzza al Risorgimento italiano.

Località marina ricca di spiagge meta di turismo, Cefalù è conosciuta anche per le proprie bellezze artistiche, fra cui - in piazza del Duomo - una importante cattedrale. Dalla Rocca cittadina è possibile poi godere di un magnifico panorama. È importante il Museo Mandralisca.

Nel territorio del comune sorge il santuario di Gibilmanna, con il convento cappuccino e l'annesso museo.

Patrona della città è l'Immacolata, ma la festa principale è quella del SS. Salvatore della Trasfigurazione che viene festeggiato in più giorni, dal 2 al 6 agosto. Durante questa festa, che riempie la città di turisti, è possibile assistere alla tradizionale manifestazione della 'Ntinna a mari.

Monumenti

Il centro storico di Cefalù, ha un impianto medievale caratterizzato da strade strette, pavimentate con i ciottoli della spiaggia e il calcare della Rocca.

Basilica-Cattedrale

Il duomo (basilica-cattedrale) di Cefalù, sorse, secondo la leggenda, in seguito ad un voto fatto al Salvatore da Ruggero II, scampato ad una tempesta e approdato a Cefalù.

La vera motivazione sembra piuttosto di natura politico-militare, dato il suo carattere di fortezza: la facciata è inquadrata da due possenti torrioni, sormontati da cuspidi piramidali e con merlature diverse (per il potere civile e quello religioso) e una merlatura si trova anche sul fianco meridionale. Inoltre, cunicoli e passaggi mettono in comunicazione tra loro le torri e le altri parti dell'edificio.

Storia
Le vicende costruttive furono complesse, con notevoli variazioni rispetto all progetto iniziale, e l'edificio non fu mai completato. Un ambulacro ricavato nello spessore del muro e la medesima copertura, costituita da tre tetti, di epoca e tecnica costruttiva diversi, testimoniano dei cambiamenti intervenuti nel progetto.

La sua edificazione ebbe inizio nel 1131, in un'area già da tempo urbanizzata (dove recentemente sono stati riportati alla luce una strada romana ed un mosaico paleocristiano). Nel 1145 furono sistemati i mosaici nell'abside e i sarcofagi porfiretici che Ruggero II aveva destinato per sé e per sua moglie.

Dal 1172 si ebbe un progressivo stato d'abbandono culminato nel [[1215],] quando Federico II trasferì a Palermo i due sarcofagi; subito dopo, probabilmente, fu intrapresa la definitiva sistemazione della parte esterna.

La facciata fu completata nel 1240 e tra le due torri fu inserito nel 1472 un portico, opera di Ambrogio da Como.

Descrizione

L'edificio è preceduto da un ampio terrazzo, detto “turniale”, risultato della sistemazione dell'antico “caemeterium”. La facciata è superiormente decorata da due ordini di finte loggette e presenta al centro un'ampia finestra ogivale. Le due torri sono alleggerite da eleganti bifore e monofore

La facciata è preceduta dal portico quattrocentesco, con tre archi (due ogivali ed uno a tutto sesto) sorretti da quattro colonne e con volte a costoloni. Sotto il portico rimane la “Porta Regum”, impreziosita da un portale marmoreo finemente decorato, e con pitture ai lati.

Le absidi, in particolare quella centrale, dovevano avere in origine uno slancio ancora maggiore. Le due laterali sono decorate superiormente da archetti incrociati e da mensoloni scolpiti: databili fra il 1215 e il 1223, raffigurano maschere, teste d'animali e figure umane in posizioni contorte. Più recenti i mensoloni dell'abside centrale, disposti inoltre in modo casuale sia sopra che sotto il cornicione. L'abside centrale aveva in origine tre grandi finestre, oggi sbarrate per la realizzazione del mosaico absidale, ed una più grande ad arco ogivale. Altre due coppie di finestre circolari sono all'estremità del transetto.

L'interno è "a croce latina", diviso in tre navate da due file di colonne antiche riutilizzate: quattordici fusti di granito rosa e due di cipollino, basi e i capitelli del II secolo DC. Due grandi capitelli figurati reggono l'arco trionfale e sono probabilmente prodotti di una bottega pugliese (Anni 1150.

Il transetto ha un'altezza maggiore rispetto alle navate ed uno slancio ancora maggiore era previsto nel progetto originario.

Il presbiterio, unica parte del monumento nella quale fu realizzata la decorazione musiva (forse prevista per tutto l'interno), ricopre l'abside e circa la metà delle pareti laterali. Per la sua realizzazione, Ruggero II chiamò maestri bizantini, di Costantinopoli, che adottarono ad uno spazio architettonico anomalo (di tradizione nordica) cicli decorativi di matrice orientale.

Il mosaico del presbiterio

La figura dominante è quella del Cristo Pantocratore che, dall'alto dell'abside, benedice con la destra alzata mentre con la sinistra regge il Vangelo aperto sulle cui pagine si legge, in greco e latino: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non vagherà nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (Giovanni 8, 12).

Al centro, nel registro inferiore, è la Vergine orante elegantemente panneggiata e scortata dai quattro arcangeli.Nel secondo e terzo registro, ai lati del finestrone centrale, sono figure di apostoli ed evangelisti, distribuite secondo un preciso programma teologico. Nelle pareti laterali sono invece figure di profeti e santi. L'iconografia prevede la contrapposizione tra figure regali sulla parete destra (opposta al trono, mentre a sinistra (parete opposta al trono episcopale) quelli che parlano di sacerdozio. Nella decorazione della crociera sono raffigurati quattro cherubini e quattro serafini.

Tutte le figure sono accompagnate da scritte, in [Lingua greca|greco]] o in latino, che indicano il nome del personaggio.

La decorazione musiva era completata nel 1170, ma la parte inferiore e la metà anteriore del presbiterio furono completate nel Seicento e presentano tracce di precedenti decorazioni pittoriche.

Nell'aula basilicale, attualmente interessata da un ampio ed integrale restauro, sono conservati alcuni monumenti funerari tra cui un sarcofago tardo antico, uno medievale e il pregevole sepolcro del vescovo Castelli, opera dello scultore Leonardo Pennino (XVIII secolo); il fonte battesimale, ricavato da un unico grande blocco di calcare a lumachelle, decorato da quattro leoncini scolpiti (XII secolo); nonché una Madonna della bottega di Antonello Gagini (XVI secolo).

Altre pregevoli opere d'arte sono state rimosse nel corso dei restauri che hanno asportato gli stucchi neoclassici che ricoprivano le pareti e che oggi sono visibili solamente nella cappella del SS. Sacramento (protesi), dov'è un prezioso altare argenteo, opera settecentesca d'argentieri palermitani. Tra gli arredi vanno citati almeno i due organi dipinti, settecenteschi, che chiudono le navate verso il transetto, nonché una croce lignea dipinta, opera di Guglielmo da Pesaro (1468 circa), momentaneamente sistemata nel bema sotto la figura del Cristo Pantocratore.

Della decorazione pittorica rimangono una figura di Urbano V, della fine del XIV secolo, dipinta sulla colonna della navata di sinistra, ed una Madonna in trono del XV secolo nel braccio sinistro del transetto. Significative, infine, le pitture del tetto della navata principale (busti, animali fantastici e motivi decorativi), opera di maestranze arabe.

Annesso al Duomo è un elegante chiostro con colonne binate sormontate da capitelli figurati, fra i più notevoli esempio di scultura medievale in Sicilia.

Chiese

L'Itria
Sorge nella piazzetta Crispi, addossata al bastione di Capo Marchiafava.

Accanto al bastione di Capo Marchiafava, esistevano due chiese contigue: S. Giovanni Evangelista e Santa Maria dell'Odigitria, comunemente detta dell'Itria. La prima apparteneva alla Confraternita dello stesso titolo, che, si tramanda, fosse di antica istituzione. Salvatore Giardina cita un primo atto in notaio Antonio lndulci dei 19 luglio 1509, con cui i confrati cedono un terreno «vicino al pozzo», ed un altro in notaio Giovanni Castelluccio dei 1535, con cui gli stessi si obbligano ad indorare la statua di S. Giovanni “la quale è delle particolari sculture che ritrovami fra le chiese di Cefalù”; ancora oggi collocata in una nicchia della stessa chiesa. Data l'antichità della Confraternita, si può ipotizzare antico anche il primo impianto della chiesa e farlo risalire ai primi anni dei 1500. L'altra chiesa era in origine una cappella, intitolata a S. Michele Arcangelo e posseduta dagli stessi confrati di S. Giovanni. Questi la cedettero al vescovo Ottaviano Preconio, che vi eresse la Confraternita di Santa Maria dell'Itria, detta anche di S. Nicola da Tolentino. Da alcuni nobili della città, devoti alla Vergine, la cappella in poco tempo venne trasformata in chiesa e oratorio per i confrati. Le due chiese, forse dal vescovo Emiliano Cagnoni (1934-1968) furono affidate in Rettoria al Sacerdote Antonino Serio e nel 1961 erette a parrocchia, con il titolo dell'Itria e di S. Giovanni. Fu questi ad unificarle, aprendo delle arcate sulla parete in comune e definendole all'esterno con un unico, anonimo prospetto.

S. Oliva
Si trova sul lato sud di via Candeloro, alle spalle dei Seminario Vescovile.

La chiesa di S. Oliva fu edificata nei 1787, in prossimità dell'omonimo torrente (l'odierna via Candeloro) ad opera dei sacerdote Vincenzo Dini che volle assecondare la devozione dei pescatori della "Giudecca" per ]'Addolorata. Questa loro devozione culmina, da ben duecento anni, nel cosiddetto "settenario", che si conclude il Venerdì antecedente la Domenica delle Palme. Le donne dei quartiere, ancora oggi, si recano per sette giorni consecutivi presso la chiesetta dove pregano intonando in dialetto una antichissima "coroncina", tramandata oralmente. L'edificio si presenta con un semplice prospetto caratterizzato da un portale in tufo con arco a tutto sesto, sormontato da una finestrella ad arco ribassato e con coronamento a timpano affiancato da due piccoli campanili. Si accede all'interno tramite uno scalino di pietra lumachella, sul quale si legge 1787, data dell'edificazione della chiesa. Sul lato sinistro del portale è possibile vedere una edicoletta votiva con la figura della Madonna che tiene in braccio il Cristo. Internamente la chiesa, che si presenta ad una sola navata, custodisce due dipinti di fattura ignota, quello sulla destra entrando è il "quadro della Pietà" dedicato proprio alla Vergine Addolorata, mentre l'altro, di fronte, è quello di S. Oliva, vergine e martire palermitana, a cui la chiesetta è intitolata. Sull'altare maggiore è venerata un'immagine dell'Ecce Homo, dirimpetto al quale, nel coro, è posizionato un piccolo organo.

S. Sebastiano
La chiesa prospetta su piazza Marina, a conclusione dei lato nord dell'attuale via Ortolani di Bordonaro.

L'anno di edificazione della chiesa di S. Sebastiano è incerto, tuttavia sulla vecchia facciata si leggeva la data 1523. Adiacente alla chiesa vi è il convento di Santa Maria di Monte Carmelo la cui fondazione risale al 1578 ad opera di frate Alberto da Monaco che ne fece eseguire i lavori accanto alla fortezza dei Granaro. Successivamente si aggiunsero altri elementi costruttivi per volere di Matteo Orlando, ministro generale dell'Ordine Carmelitano e Vescovo di Cefaiù dal 1674 al 1694. L'attuale sistemazione risale al Vescovo Gioacchino Castelli che tra il 1743 e il 1770 istituì il Collegio dì S. Maria aggregandovi la chiesa; le suore, grate per il suo operato, gli eressero un monumento nell'anno della sua morte (1788). Il Collegio, ancora oggi, assolve alla funzione per la quale era stato fondato, cioè all'educazione della gioventù.

Si presenta ad una sola navata con quattro nicchie poste lungo le pareti laterali, due per parte, in cui sono raffigurate delle immagini sacre di scarsa fattura (S. Sebastiano, S. Teresa, S. Giuseppe e un crocifisso ligneo). Procedendo lungo la navata si arriva all'altare principale dove è collocato il tabernacolo donato alle suore da Matteo Orlando, sormontato da una tela raffigurante la Madonna dei Carmelo tra il profeta Elia e S. Alberto, mentre nella parete di fondo si trova un coro ligneo con colonnine ed archetti e due medaglioni che ricordano i vescovi G. Castelli ed Emiliano Cagnoli.

S. Andrea

Sorge in fondo a via Porto Salvo, dirimpetto alla chiesa della Badiola e prospetta sulla via Vittorio Emanuele, quasi in asse con Porta Pescara, la Porta di mare che si apriva nell'antica cinta delle mura.

I Minori Osservanti, sotto il titolo di Santa Maria di Gesù, nel 1560 si trasferirono in città e fondarono il loro nuovo convento presso la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo della Salute, concessa loro da alcuni confrati pescatori, ubicata presso la Porta di mare, ossia Porta Pescara.

Dell'antica fabbrica conventuale non è rimasta traccia alcuna, essendo stata abbattuta e inglobata nelle case attuali. Resta solo la chiesa, sconsacrata, privata di tutti gli arredi e adibita a sede della locale Associazione dei marinai d'Italia. Unica testimonianza i due portali architravati, uno su via Porto Salvo, l'altro su via Vittorio Emanuele, quasi in asse con Porta Pescara, tompagnato e leggibile solo nella parte architravata. Ho notizia che, sotto il vescovo Salvatore Cassìsa, una statua in marmo raffigurante la Madonna con il bambino di fattura gaginesca, appartenente a questa chiesa, è stata trasferita nel Palazzo Vescovile.

S. Leonardo

La chiesa si trova sul lato sud di via Porto Salvo, all'angolo con via Vittorio Emanuele.

La chiesa di S. Giorgio è menzionata per la prima volta in un documento dei gennaio 1159 trascritto in un codice membranaceo dell'Archivio capitolare della Cattedrale di Cefaiù, oggi in deposito presso l'archivio di Stato di Palermo ai fogli 33, 36 a firma del vescovo eletto Bosone, del priore di Bagnara e del canonici del Capitolo di Cefalù, con cui Bosone dona e concede a Roberto, arcivescovo di Messina, una casa con le sue pertinenze, specificandone i confini. ... Ad meridiem habet vicum publicum quí descendit a domo regia ad St. Georgium. In una pergamena, poi, conservata all'Archivio Capitolare di Cefaiù datata marzo 1252 Undicesima lndizione, a firma di Riccardo Grizetta, vescovo di Cefaiù dal 1249 al 1253, inerente alla concessione di due botteghe da parte dei vescovo a certo Mattia Grabaco, per il canone annuo di tre tari d'oro, abbiamo un'altra conferma dell'esistenza della chiesa in età antica, in quanto essa è citata come confinante con le botteghe cedute. Gli storici successivi, a partire dal Fazello e poi il Carandino, il Passafiume, l'Auria, sono stati tutti concordi nell'affermare che tale chiesa fu innalzata da Ruggero II prima ancora della Cattedrale. Il Fazello per primo dà notizia di un restauro della chiesa ad opera dei cittadini: quam ruinae proxímam cives restaurarunt. Per questo abbiamo un termine antequem, l'anno 1558 che vide la prima edizione della sua Storia di Sicilia. Nel 1648 la chiesa ormai intitolata a S. Leonardo, venne aggregata alla «Casa delle Orfanelle riparate» constructur ac dicatur dal vescovo Marco Antonio Gussio, come si legge nella lapide dedicatoria, murata unicamente allo stemma dei vescovo, sopra il portale d'ingresso su via Porto Salvo. Nel 1875, infine, «per vetustà crollante» fu restaurata ad opera del vescovo Ruggero Biundo.

Della chiesa ruggeriana resta ben poco per non dire quasi niente: un grande portale occluso, che prospetta sull'attuale via Vittorio Emanuele e che doveva essere di accesso principale alla chiesa, ed un altro laterale, su via Porto Salvo, venuto alla luce durante l'ultimo restauro a cura della Sovrintendenza ai Monumenti di Palermo, che ha interessato i prospetti. Il portale principale era in luce già prima dell'ultimo restauro, ma tompagnato, come tuttora è, e malamente visibile nelle sue parti superstiti. Sebbene tompagnato e in parte mancante della zona inferiore in seguito a tagli operati per aprire gli accessi ai due magazzini su strada, il portale principale è ancora leggibile nella sua struttura architettonica e figurativa. E' formato da un arco a sesto acuto limitato da una larga raggiera di conci a ghiera ribassata che incornicia i rincassi dati da due grossi cordoli binati, che nella zona inferiore si sviluppano a mo' di semicolonnine con capitelli a motivi floreali e volute che a loro volta si impostano su una coppia di palmette uncinate, palmette che richiamano il motivo di alcuni capitelli della Cattedrale. Una cornice sopra i capitelli si estende oltre le colonnine binate sino allo stipite sagomato del vano porta, che si è conservato solo sul lato destro dei portale e s'interrompe al di sopra della cornice, proprio nel punto in cui si sarebbe dovuto impostare l'arco. All'interno la chiesa si presenta ad aula. La parte più interessante di quest'ultima è senza dubbio quella dei coro. Si tratta di due tribune sovrapposte: la superiore, incorniciata da un grande e profondo arcone, si affaccia in tutta la sua ampiezza direttamente sulla navata, protetta solo da una transenna di legno a grata; la inferiore si inserisce nell'apertura dell'arcone superiore, ma al vuoto di questo oppone il pieno di un muro e nello stesso tempo l'effetto chiaroscurale determinato dalla successione di tre arcate in esso aperte, una più grande al centro, due più piccole ai lati, sottolineate da leggere cornici in stucco che aggettano sulla navata con tre cantorie in legno dipinto, che sono sicuramente i soli arredi notevoli della chiesa. Recentemente catalogati dalla Sovrintendenza alle Gallerie di Palermo, avrebbero bisogno di un urgente restauro, per non andare dei tutto compromesse. Hanno forma poligonale con esili colonnine a sottolineare gli angoli e con base che va rastrellandosi ad imbuto. Nei riquadri fra le colonnine sono raffigurate scene floreali e, nelle sottostanti cornici, piccole scene paesistiche, il tutto con una delicatezza di tocco e di colore che fanno di queste cantorie il più bell'esempio dei settecento cefaludese nel campo delle arti minori.

L'Immacolatella
Percorrendo la via Mandralisca, lungo il lato nord, di fronte al palazzo dei baroni Piraino, troviamo la piccola chiesa dell'Immacolatella.

La chiesetta venne fatta costruire nel 1661 dal sacerdote Matteo Piscitello, ad opera di maestranze locali. A questa era annessa la congregazione del SS. Salvatore, composta da ecclesiastici e laici, compito dei quali era quello di assistere i moribondi. La fondazione dell'immacolatella potrebbe essere ricondotta al culto della Vergine SS. Immacolata, molto sentito dai cefaludesi. Nel 1655, infatti, il vescovo Gisulfo, d'accordo con i magistrati della città, stabilì di eleggerla patrona di Cefalù e di celebrarne la solennità il giorno 8 dicembre.

La chiesa, delimitata lateralmente da due vicoletti, presenta un sobrio prospetto nel quale gli unici elementi architettonici sono costituiti da un portale manieristico in pietra, con architrave cuspidato, dai cantonali a freccia, in calcare a lumachelle, terminanti a palla, e in alto, in asse con il portale, da un occhio circolare di modeste dimensioni.

L'interno è caratterizzato da una sola navata, con un altare addossato alla parete di fondo nella quale si apre una nicchia che accoglie una statua della Vergine, decorata in argento. Ornano le pareti laterali due quadri, uno raffigurante S. Giuseppe, l'altro S. Teresa. La chiesa, nel 1986, è stata oggetto di restauro.

SS. Sacramento

L'Oratorio dei SS. Sacramento si trova in Via Passafiume, salendo a destra, sul fianco opposto alla Cattedrale.

Edificato nel 1688, è ancora oggi sede della Confraternita del "Santissimo". Tale confraternita è chiamata anche dei "Bianchi", per il caratteristico costume bianco, e si contrappone a quella dei "Neri", che invece fa riferimento alla chiesa cosiddetta del "Purgatorio". Nel basamento della costruzione, presso l'avvio della rampa d'accesso, si trova, riusato come concio, un grande blocco calcareo, molto probabilmente proveniente dalla necropoli ellenistica della città. Sulla faccia vista del blocco si può osservare un'iscrizione funeraria, in lingua e caratteri greci. Il testo è inciso su due righe, e secondo A. Tullio si può leggere come (Sosi Nynfn, Krqfaghe Chaire), cioè "A Sosis delle Ninfe, al ghiottone, addio". A proposito di quest'iscrizione il Misuraca, che la leggeva diversamente, riferiva che - a detta del Gualterio - essa era provenuta dalle vicinanze della Porta Piscaria, alla Marina: cosa non, impossibile, ma solo come tappa intermedia d'una serie di spostamenti dalla necropoli alla collocazione attuale.

Dal punto di vista architettonico l'oratorio si presenta con una facciata semplicissima, sormontata da un timpano ad andamento mistilineo, dalle curve tipicamente barocche. Nel timpano si aprono tre finestre con arco a tutto sesto, delle quali la centrale alloggia una campana. Un cornicione fortemente aggettante segna il passaggio tra il paramento ed il timpano. Sull'asse dei fronte, nella parte superiore dei paramento, si apre un occhio circolare.

All'Oratorio si accede per una breve scala, parallela alla facciata, e per due porte gemelle si entra direttamente nell'unica navata. Stipiti e trabeazioni di entrambe le porte sono scolpiti in pietra lumachella.

S. Biagio

La cappella di S.Biagio si trova nelle vicinanze dei Lavatoio Medievale, lungo il iato nord di via XXV Novembre, all'angolo con via Vittorio Emanuele.

La cappella, risultante dall'unione delle due piccole chiese di S. Crispino e di S. Biagio, è di proprietà della famiglia Martino. Come riferisce Monsignor Misuraca, infatti, «... nel 1508 esisteva un beneficio, legato ad un canonicato soprannumerario della cattedrale, già di patronato della famiglia Madino». Secondo la testimonianza dei Bianca, la costruzione dell'originaria chiesa di S. Biagio sarebbe avvenuta a seguito della "abolizione", nel 1502, di un'antica chiesa distante alcune miglia dall'abitato. La medesima fonte riporta che la chiesa di S. Biagio avrebbe accolto le reliquie dei Santo, portate nel 1660, da Roma, dal sacerdote don Salvatore Oddo. Riguardo alla chiesa di S. Crispino, il Bianca scrive che, nel 1798, di essa " ... ha cura il console dei maestri calzolai", e ne fa risalire la fondazione al 1580 (come indicava una piccola lapide posta sul portale che si apriva di fronte al Lavatoio).

La cappella, coperta da un tetto a capanna, presenta un prospetto caratterizzato da un semplice portale con timpano triangolare e stipiti in blocchi di tufo poggianti su plinti di pietra. In alto, in corrispondenza dei portale, possiamo notare un'ampia finestra ad arco. La torre campanaria, di poco più alta rispetto alla facciata, reca nella sommità una finestra semicircolare. L'interno, a pianta quadrata, presenta un ingresso delimitato da due colonne sormontate da un arco. In fondo si apre un ambiente di più modeste dimensioni, ospitante l'altare; dietro di esso è visibile una cornice all'interno della quale doveva essere collocato un dipinto di pregevole fattura (tuttora conservato nella cappella), raffigurante la Vergine. Modanature a stucco decorano il tetto e le pareti. Sul prospetto che dà sulla Via Vittorio Emanuele sono ricavate due finestre semicircolari che, insieme al finestrone centrale, illumina l'interno.

S. Stefano

La chiesa dei Purgatorio prospetta sulla piazzetta G. B. Spinola, che si apre sul Corso Ruggero in corrispondenza di via Nicola Botta.

Lo spazio occupato oggi dalla chiesa dei Purgatorio, prima della sua costruzione,ospitava diversi immobili ed era delimitato, a nord e a sud, da due strade, rispettivamente dalla Vanella di Santa Margherita (l'attuale vicolo Purgatorio) e dalla Vanella di, S. Stefano (corrispondente alla parte superiore dei vicolo Carmine Papa); tra le costruzioni comprese: la chiesa di S. Stefano e la Cappella di Santa Margherita.

La Cappella di Santa Margherita, fondata nel 1466 dalla nobile famiglia Giacobina di Cefalù (Bianca, 1798), si trovava nella spazio oggi occupato dalla cappella di Sistemano (Passafiume, 1645), nel 1626 (atti notaio Pietro Tantilio, 4 novembre); “viene stipulato dagli eredi e successori della famiglia Giaconia l'atto di contentamento per la tralsazione di esso altare all'interno della chiesa di S. Stefano, dopo che il vescovo Mira (1607-1619) aveva decretato l'abolizione della Cappella, poiché situata nella Vanella angusta e pericolosa con poca frequenza di fedeli”. Ancora oggi, presso quello che era una volta l'altare di Santa Margherita, si può osservare il bel quadro, di valente ma sconosciuto artista, raffigurante Santa Margherita, sul quale si trova dipinto il blasone della famiglia Gìaconia: 3 fuselli in fascia, sul campo; lo stesso che, nell'Albo d'oro della famiglia Spinola, viene segnalato sulla casa della “Strata i Piazza” (Corso Ruggero) e sulla tomba di famiglia, presso la chiesa dei Convento di S. Francesco (Passafiume, 1645). “La chiesa di S. Stefano i era intanto passata dalla omonima confraternita a quella, pelli Nígri, sotto: 11 titolo della mode o delle Anime Purganti, che ne aveva rilevato la cura” (notaio Andrea Sardo, 25 marzo 1601).Fondata nel 1597, “la Confraternita delli Nigri continuava l'istituto di quella della mode che aveva avuto la sua chiesa, poi trasformata in case di abitazione, nella Strata di S,Caterina” (via 25 novembre 1856), come attesta il Bianca (1798). Cresciuta in potenza ed importanza, la Confraternita, acquistati gli immobili collaterali alla chiesa di S. Stefano, costruiva quella che è l'attuale chiesa dei Purgatorio, definita poi nel prospetto nel 1668. All'interno della chiesa si trova anche la Cappella dei Crocifisso e di S. Pietro Apostolo, fondata nel 1614 dal sacerdote don Gian Vincenzo di Madino, nella quale, oggi, troviamo anche una statua della Madonna Addolorata della quale aveva cura la “nazione” dei Macellai. La chiesa ospitava le reliquie di S. Stefano, un'ampolla del sangue dell'apostolo Pietro, “quale nel giorno della di lui festività, si vede mirabilmente bollire con stupore dei fedeli” (Bianca, 1798) e, ancora, una particella delle ossa di S. Rosalia. Tale reliquia, richiesta dall'Università di Cefalù (Libro Rosso dei Comune di Cefaiù, f.146), venne concessa alla città perché in essa esisteva una chiesa dedicata alla Santa, alla Calura, prima dei ritrovamento dei resti dei corpo di S. Rosalia. La reliquia nel 1625 fu portata a Cefalù via mare, esposta per parecchi giorni in Cattedrale e, infine, conservata nella chiesa del Purgatorio dove esisteva un altare dedicato alla Santuzza. Nel 1867 la Baronessa Francesca Parisi, vedova dei Barone Enrico Piraino di Mandralisca, faceva traslare dalla chiesa dei Rosario il corpo del marito per deporlo all'interno dei mausoleo marmoreo, opera insigne dello scultore ed ingegnere Emanuele Labiso (Gela 1805 - Palermo 1893). Nel 1868, durante l'amministrazione straordinaria di A. Morvilio, il piano della chiesa (l'attuale piazza G. B. Spinola), fino ad allora alla stesso livello dei pavimento della chiesa, venne fatto ribassare coi contributo dei proprietari delle case limitrofe (Relazione Morvilio, 1868). Successivamente, nel 1884, fu realizzata l'elegante ringhiera della scala esterna. Il 2 aprile 1895 il Vescovo Gaetano D'Alessandro (1888-1906) approvava la Statuto della Congregazione della Vergine sotto il titolo della Provvidenza, che avrebbe avuto nella chiesa dei Purgatorio la sua sede. Nel 1927 vengono condotti grandi lavori di restauro, grazie alla cooperazione dei signor Angelo Rosso il Saverio, curatore della chiesa: furono fatti gli intonaci del prospetto esterno, messi in simmetria i muri della base e sistemata la finestra del prospetto.

Fra i pochi esempi di barocco nella nostra cittadina, si accede nella chiesa da una scalinata a doppia rampa, di particolare effetto scenografico. Il portale barocco è decorato da figure di anime purganti tra volute, cornici e maschere. Una costruzione d'età posteriore ha orbato la facciata della chiesa della torre destra (che per la verità è incompleta e fittizia). La torre di sinistra, culminante in una cuspide, funge da campanile. L'interno della chiesa, che presenta una forma rettangolare, è suddiviso in tre navate da due file di colonne monolitiche. Sull'altare, in fondo alla navata centrale, campeggia un grande dipinto del 1813 raffigurante Cristo che impartisce l'eucaristia alle anime in pena. Arricchiscono la chiesa altri pregevoli dipinti distribuiti ai fianchi delle rimanenti navate. In questa chiesa è sepolto in un sarcofago di marmo, subito entrando sulla destra, uno dei figli più illustri e generosi della nostra cittadina: il barone Enrico Piraino di Mandralisca.

SS. Trinità

Sorge su via Costa e si attesta, insieme ai corpi di fabbrica del convento di S. Domenico, alle pendici della Rocca, chiudendo con le cuspidi dei due campanili lo skyilne segnato dalle alte torri della Cattedrale, dalla grande mole della Rocca e dai tetti delle case ad essa abbarbicate.

La chiesa della SS. Trinità, annessa al convento di S. Domenico, oggi non è officiata. E ' probabile che preesistesse all'impianto del convento, anche se non nelle forme e nelle dimensioni attuali. Sappiamo da Benedetto Passafiume che i Domenicani costruirono il loro convento in un luogo alto della città, presso la chiesa della SS. Trinità, che a sua volta doveva appartenere alla Confraternita dello stesso titolo. Questa Confraternita, secondo Giuseppe Misuraca è di origine antica e si ha notizia della sua esistenza fin dal 1430. Scrive Giovanni Agnello di Ramata: «Alla primitiva costruzione dovette sostituirsi una nuova fabbrica nel sec. XVI per effetto delle generose elargizioni di Donna Isabella Catania, sorella del domenicano Frà Luigi Catania che fu vescovo di Agrigento, la quale lasciò il suo patrimonio alla chiesa perché venisse ampliata e nobilitata, affidando l'esecuzione delle sue volontà prima al fratello Frà Luigi e poscia a Frà Cipriano Carrozza A questa ricostruzione della chiesa, secondo una tradizione costante ma fin qui non documentata, avrebbe collaborato lo scultore ed architetto cefaludese Jacopo Del Duca, discepolo di Michelangelo». Il Lanza Tomasi è propenso ad accettare questa collaborazione, ma solo per l'interno della chiesa, «con gli archi rotti dalla serliana» e solo a livello di disegno, in quanto l'esecuzione gli sembra condotta «con imperizia artigianale». Il convento, eretto a Rettoria, è stato restaurato. La chiesa, che fa parte della Rettoria, sarà anch'essa oggetto di restauro e poi riaperta al culto dei fedeli.

Per quanto riguarda planimetria la chiesa si presenta divisa in tre navate da due file di colonne sormontate da archi intervallati dalle serliane. All'abside centrale si affiancano due absidiole laterali. La facciata, semplicemente intonacata, è movimentata da un bellissimo portale decorato con motivi floreali, festoni e testine di angeli.

SS. Annunziata

È ubicata lungo il corso Ruggero di fronte al palazzo dell'ex Municipio (via G. Amendola).

Costruita presumibilmente nel XVI sec.(1511), è da tempo chiusa al culto a causa di un restauro che dura da decenni, avviato in seguito ai danni riportati nel 1964 per il crollo dell'edificio adiacente. Vi era venerato S. Rocco che, per aver sconfitto la peste dei 1530, fu eletto patrono di Cefalù dai magistrati cittadini. Il 16 Agosto, ricorrenza dei Santo, il Capitolo ed il Clero della Cattedrale si recavano in processione presso la chiesa dell'Annunziata, dove aveva luogo l'ufficio religioso. In un altare laterale era la statua lignea della Vergine Addolorata (oggi custodita nella Chiesa di S. Francesco) che viene, come allora, portata in processione, insieme con la statua dei Cristo Morto, la sera del Venerdì Santo. Il restauro, iniziato nel 1964, è inspiegabilmente ancora in corso. Tra il 1985 e il 1990, le rovine dell'edificio adiacente sono state sostituite dal centro polifunzionale di "Corte delle Stelle", secondo le previsioni dei Piano Particolareggiato dei Centro Storico.

La chiesa presenta un prospetto privo di membrature architettoniche e caratterizzato da un grande rosone, in asse con il portale d'ingresso, ma ad un'altezza priva di proporzioni. Ciò è dovuto al fatto che nella seconda metà dell'Ottocento, essendo stato il piano stradale di Corso Ruggero ribassato, fu necessario smontare il portale e rimontarlo al nuovo livello della strada. Al piano della chiesa, che ha mantenuto il livello originario, si accede mediante due rampe di scale interne. La facciata è arricchita da un portale in pietra, il cui architrave è adornato da un'elegante modanatura, con una scena a rilievo dell'Annunciazione. Questo particolare è il più antico della chiesa, ed appare di fattura gaginesca. Sul lato sud si trova la torre campanaria, non molto alta, con elegante bifora. La chiesa si presenta a semplice pianta rettangolare piuttosto allungata, ad una sola navata, ed è conclusa da un'ampia abside. Sotto la navata è inoltre possibile notare un'ampia cripta, nella quale, secondo la tradizione, era sepolto Jacopo Del Duca.

Maria SS. della Catena

In piazza Garibaldi, presso il luogo dove sorgeva l'antica oda Reale, è ubicata la chiesa dell'Addoloratella, altrimenti nota come Maria SS. della Catena. Accanto ad essa possiamo osservare il monumento innalzato in onore dell'eroe locale Salvatore Spinuzza, uno dei protagonisti della fallita insurrezione dei 25 novembre 1856 contro i Borboni. L'iscrizione commemorativa reca la data del 14 marzo 1857, giorno in cui, nell'antistante piazza, venne eseguita la sua fucilazione. Prima dell'esecuzione, lo Spinuzza ricevette i santi sacramenti nella vicina chiesa dell'Addoloratella.

La costruzione della chiesa viene compiuta nel 1780, ovvero nel periodo di massima agiatezza e rilevanza politica della famiglia committente, i Legambi, che dal 1659 ai primi decenni dell'Ottocento ricoprirono più volte, a Cefalù, ruoli istituzionali. La realizzazione dell'edificio sacro ebbe dunque luogo sette anni prima che venisse demolita la Porta Reale, inserita nel contiguo sistema di mura megalitiche ed in seguito ricostruita col nome di Porta Maggiore. Nel 1790 Don Pietro Legambi fonda il Collegino dell'Addolorata, che avrebbe dovuto dare asilo a sette donne prive di mezzi e che prestò la propria opera almeno fino ai primi dell'Ottocento. Questa missione di carità era stata precedentemente (a partire dal 1642) compiuta dalla Comunità della S. Vergine Addolorata, annessa alla chiesa di S. Maria di Gesù al Borgo. Dopo la famiglia Legambi furono i D'Anna, con essa imparentati, a patrocinare l'Addoloratella almeno fino al 1960. Il motivo per cui detta chiesa fu altresì intitolata a Maria SS. della Catena è da attribuirsi a quanto avvenne nel maggio dei 1900 quando, parroco, il sac. Rosario Molinari di Castelbuono, fu richiesta nell'Addoloratella una messa votiva in onore della Madonna della Catena. Sembra che il sacerdote, interpretando tale richiesta quale segno divino, pensasse di promuovere all'interno della sua chiesa tale culto, nato a Palermo in seguito ad un evento miracoloso verificatosi nel 1392, sotto il dominio aragonese. A questo proposito il Mongitore tramanda che, dovendo tre condannati essere giustiziati in piazza Marina, la Vergine fece scatenare una tempesta, a causa della quale l'esecuzione fu rimandata e i tre vennero rinchiusi nella vicina chiesa. Qui, durante la notte, la Madonna avrebbe sciolto í ceppi dei condannati che, datisi alla fuga e presto catturati, ottennero la grazia in virtù dei miracolo loro concesso dalla Vergine. Qualche tempo dopo, la chiesa che li aveva accolti fu dedicata a Maria SS. della Catena. Nell'omonima chiesa cefaludese, il 18 agosto 1901 si celebrava il primo anniversario della esposizione di un'immagine su tela della Madonna (cm 80 x 55). La prima domenica dei marzo 1902 fu benedetta la statua della Vergine, eseguita a Roma, e un anno dopo ebbero luogo le inaugurazioni dei nuovo altare e della cappella. La collocazione della chiesa presso Porta Reale, uno dei principali accessi alla città fin dall'età ellenistica, è da porsi in relazione col rituale secondo il quale i vescovi, nel fare il solenne ingresso nella diocesi, indossano i sacri paramenti proprio in questa chiesa, prima di iniziare il corteo lungo le vie cittadine.

Il settecentesco prospetto, in blocchi di tufo giallo, è caratterizzato da una loggia costituita da un ampio arco a tutto sesto sorretto da due coppie di pilastri con capitelli ionici. Ai lati dell'arco sono ricavate due nicchie nelle quali sono collocate due statue litiche. Al centro della facciata, al disopra dell'arco, tra due coppie di finestre è ricavata una terza nicchia ospitante la statua della Madonna. Dalla loggia, tramite alcuni gradini, si raggiunge il portale che dà accesso alla chiesa: questa presenta un impianto ad una sola navata, privo di abside e transetto. Al suo interno, su cui si aprono le finestre dei prospetto principale e quelle ricavate nel fianco meridionale, si nota l'altare, addossato alla parete di fondo dei presbiterio. Sempre all'interno è collocata una statua di S. Espedito. Alla sinistra del prospetto, si trova un'edicola dedicata a San Rocco, patrono tutelare della città, venerato anche nella chiesa dell'Annunziata, dove si ergeva un altare costruito per il santo probabilmente tra il 1522 ed il 1530, quando in Sicilia divampò la peste, sconfitta, secondo la credenza popolare, per sua intercessione. Un altro altare dedicato al santo si trovava nella chiesa di S. Antonio da Padova. Sulla torre campanaria, nella cui base sono inglobati i resti delle antiche mura megalitiche, sono collocati due orologi, che il 29 aprile 1881 il Comune di Cefalù commissionò ad una ditta novarese. L'installazione di questi orologi comportò il restauro della torretta, nonché l'elevazione di un piano della stessa, per consentire l'inserimento degli ingranaggi all'interno della struttura. Per le campane di suoneria si pensò di utilizzare due delle tre campane dei convento di S. Caterina, dopo la sua trasformazione in Distretto Militare. La chiesa di Maria SS. della Catena, recentemente restaurata, necessiterebbe di ulteriori puntuali interventi di restauro al suo interno.